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LE RADICI E LE ALI

..conservando la memoria delle lotte e delle resistenze contro le ingiustizie... alzandoci in volo per conquistare il cielo.....

domenica 25 ottobre 2009

Genchi: Stopparono le mie indagini e diedero tutto ai carabinieri, la trattativa ci fu


"La trattativa c'è stata, ne sono testimone", giura Gioacchino Genchi. Poliziotto, poi super consulente delle procure (fino al caso dell' "Archivio Genchi"), lavorò alle indagini sulla strage di via D'Amelio e la morte di Paolo Borsellino, "Ma fummo fermati. Arrivò l'annuncio che tutto doveva passare nelle mani dei carabinieri.
Ci sono atti inconfutabili del ministero dell'Interno a spiegare l'operato dello Stato".


Le Primissime fasi dell'indagine.
"Sin dall'immediatezza della strage l'attenzione si è rivolta alle attività importanti che in quel momento stava eseguendo Borsellino. In particolare alle dichiarazioni di Gaspare Mutolo, che era l'uomo di fiducia di Toto Riina. Mutolo era già stato sentito da Falcone a Dicembre 1991".

Qual era il suo incarico allora?
"Dirigevo il nucleo anticrimine per la Sicilia occidentale e la zona telecomunicazioni, il capo della polizia mi aveva dato un secondo incarico per coordinare meglio l'attività investigativa nel periodo delle stragi. Ero consulente della procura di Caltanissetta".

Borsellino doveva essere fermato dopo le rivelazioni del braccio destro di Riina?
"L'attenzione si concentrò sulla pista dei mandanti esterni proprio per la gravità delle dichiarazioni di Mutolo, che coinvolgevano apparati istituzionali dello Stato, politici, magistrati, uomini dei servizi segreti e della polizia, medici. Insomma: tutta la "zona grigia" che aveva fatto da contorno a cosa nostra. Proprio partendo da questa ipotesi, si è valutato chi volesse davvero fermare Paolo Borsellino. I contatti che il magistrato aveva avuto al ministero dell'interno lasciavano ipotizzare che qualcuno, in ogni modo, cercasse di fermarlo per le indagini che sarebbero scaturite dalle dichiarazioni di Mutolo su persone di altissimo livello nelle istituzioni".

La vedova Borsellino ha raccontato che suo marito aveva paura di essere spiato dal monte Pellegrino, dal Castello Utveggio.
"La signora Borsellino, già molti anni fa, mi confermò questa sua impressione che ora ha raccontato alla stampa e che sicuramente aveva già riferito ai magistrati di Caltanissetta. Borsellino aveva già individuato nel Castello e negli uomini un possibile e grave pericolo, fino al punto da imporre alla moglie di serrare le imposte della camera da letto".

Ma chi c'era nel Castello?
"Si era installato un gruppo di persone che erano state all'alto commissariato per la lotta alla mafia. Dopo il cambio di vertice nella struttura con la nomina di Domenico Sica, erano stati tutti spostati al Castello. C'erano ufficiali che erano stati all'alto commissariato, dov'era pure Bruno Contrada, che era capo di gabinetto del commissario De Francesco ed altri soggetti su cui abbiamo svolto delle indagini. Il Castello era in una posizione ottimale per garantire la visuale su via D'Amelio, da dove sarebbe stato facile, anche con un binocolo, avere il controllo della via per far detonare l'esplosivo".

Lei indicò la zona del castello come possibile luogo di appostamento di chi teneva il timer.
"Si. E i sospetti derivano dal fatto che, quando hanno saputo che le indagini si stavano appuntando su quell'edificio, hanno smobilitato tutte le attrezzature e sono spariti".

Ma perchè proprio quella zona?
"Questo è l'interrogativo: perchè quell'attentato non è stato fatto a Villagrazia, dove Borsellino villeggiava e sarebbe stato agevole ucciderlo con una pistola, o in via Cilea dove abitava? Perchè in via D'Amelio dove occasionalmente si recava dalla madre? Perchè in quella zona c'era quel "controllo" del territorio, perchè era stato possibile eseguire un'intercettazione telefonica sul telefono della madre e perchè c'era la possibilità di colpirlo in un luogo dove fosse stato poco protetto".

Un'operazione che non sarebbe stata condotta solo dalla mafia.
"C'è la certezza che dal punto di vista dinamico-organizzativo ci siano dei soggetti esterni a Cosa Nostra che si sono occupati dell'attentato. Per tutte le altre stragi di Mafia, come Capaci, si è saputo del telecomando, di come è stato posizionato l'esplosivo, di come è stato operato. Per via D'Amelio, nonostante le collaborazioni che ci sono state in Cosa Nostra, non si è saputo nulla".

La trattativa c'è stata?
"Fummo fermati, ci fu detto che tutto doveva passare nella mani dei carabinieri che stavano gestendo importanti collaborazioni. Ci hanno tolto tutto manu militari, ci hanno fatto rientrare nel gruppo Falcone-Borsellino, un fantoccio di cui la polizia non aveva alcun bisogno. Perchè aveva già la squadra mobile, la Criminalpol, e perchè i magistrati Cardella e Boccassini sono saltati dalla sedia e si sono messi di traverso minacciando le dimissioni dopo l'inspiegabile trasferimento di La Barbera al ministero dell'Interno, senza incarico, nell'immediatezza dell'arresto di Contrada e pochi giorni prima della cattura di Riina".
Fonte: IL SECOLO XIX

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Marrazzo incastrato, sospetti sui servizi deviati di Berlusconi


La vicenda di Piero Marrazzo, che lo ha portato oggi all'autosospensione, preludio alle dimissioni, puzza tanto di servizi "deviati" di Berlusconi, che da tempo sta lanciando i suoi fascicoli pieni di merda ( vedi caso Boffo e anche Caso Augias)..
Forse il premier così spera di far dimenticare le sue "marachelle" (corruzione di minorenni, induzione alla prostituzione, traffico di stupefacenti, ecc.)
Lo hanno incastrato, sicuramente.
Purtroppo Piero Marrazzo, giornalista simbolo di tante lotte per i diritti dei consumatori e oggi presidente della Regione Lazio, è stato ricattato per un video in cui sarebbe ritratto in atteggiamenti intimi con un trans, a pochi mesi dal voto regionale. Così si è dimesso.
I giudici devono fare chiarezza sul motivo per il quale quei quattro carabinieri gli hanno teso questa orrenda trappola.
I servizi segreti? La polizia deviata? Supposizioni ma le modalità di questa imboscata non presuppongono nulla di buono. D’altronde a marzo si vota nel Lazio e screditare così un governatore che, pure non esaltando, aveva guidato la regione seriamente, è l’unico triste e violento modo.

Nel luglio scorso nell’appartamento di un transessuale i carabinieri avrebbero filmato Piero Marrazzo, seminudo, in compagnia del trans. Indovinate un po’ la via e il condominio di questa abitazione? Via Gradoli 96 a Roma, guarda caso nello stesso condominio dove nel 1978 fu scoperto un covo delle Br utilizzato dai terroristi come base per il sequestro di Aldo Moro. Una coincidenza da far venire i brividi, pensando ai sospetti che circondano la vicenda Moro, a partire dalla presenza di servizi segreti all’interno della cellula che rapì il presidente Dc. E poi perché dei carabinieri mettono sotto controllo la casa di un trans e fanno irruzione con telecamera in spalla? Ma quale delinquenza comune!

Al di là di congetture ed ipotesi, Marrazzo ha sbagliato a pagare (sembra abbia elargito assegni per 20mila euro) i propri ricattatori senza denunciare e poi, cosa più grave, aver mentito ai propri elettori, anche se comprensibilmente. Ora le sue dimissioni sono la conclusione “normale” di tutta questa vicenda. “Mi auto-sospendo, questa vicenda è frutto di una mia debolezza della vita privata”, spiega.

I poteri passano ora al vice-presidente Esterino Montino, scongiurando così il rischio di elezioni anticipate. “Nelle condizioni di vittima in cui mi sono trovato ho sempre avuto come obiettivo principale quello di tutelare la mia famiglia e i miei affetti più cari. Gli errori che ho compiuto non hanno in alcun modo interferito nella mia attività politica e di governo. Con questa scelta apro un percorso che porti alle mie dimissioni”, conclude.

Marrazzo si è dimesso perché ricattabile e quindi non più capace di svolgere il suo compito appieno e con serenità.
Chissà quando Berlusconi farà lo stesso. Attendiamo risposte.

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